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Drive My Car, il capolavoro di Ryūsuke Hamaguchi

Drive My Car, il capolavoro di Ryūsuke Hamaguchi

Anteprima Inchiostro – di Marco Urbani

Il cinema asiatico, non solo quello giapponese ma anche quello proveniente da Taiwan, dalla Corea del Sud e dalla Cina, è un cinema che da almeno un decennio ha preso la volontà di rivolgersi a un pubblico globale: meno ricerca visiva e più plot all’occidentale.

Questa commistione non ha portato a un appiattimento. Al contrario.  Penso a pellicole come: Un affare di famiglia, Departures o Burning (l’amore brucia), Parasite.

Questa “occidentalizzazione” del cinema asiatico, se così è giusto chiamarla, lo ha reso capace di entrare nei movimenti minimi dell’animo umano e in temi di spessore con produzioni che, quasi mai,  cedono alla tentazione del  “Quello che va” che il più delle volte è “quello che già è andato”.

A riguardo consiglio di vedere il film di Ryūsuke Hamaguchi precedente a Drive my car: “Il gioco del destino e della fantasia” (gran premio della giuria nel 2021 al Festival di Berlino); in questa pellicola la commistione tra Oriente e Occidente è ancora più acerba e quindi più evidente.

Drive my car è un capolavoro preziosissimo e indimenticabile, nato non a caso sotto l’egida di Anton Čechov e di Haruki Murakami.

La notte del 27 marzo il film sarà in rappresentanza del Giappone alla Notte degli Oscar.  Non credo abbia rivali come Miglior Film Straniero; lo dico a malincuore visto che nella cinquina c’è: “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

Drive my car è candidato altre 3 volte. Come Miglior Film (primo film giapponese di sempre a raggiungere questo traguardo), Miglior regia e Miglior sceneggiatura non originale.

Ispirato alla raccolta di racconti Uomini senza donne di Murakami Haruki, il film avrebbe dovuto essere ambientato a Busan, nella Corea del Sud ma, a causa della pandemia da Covid – 19, le riprese sono state spostate a Hiroshima, in Giappone. La storia di Murakami invece è ambientata a Tokyo. Yusuke (Hidetoshi Nishijima), attore e regista teatrale, è sposato con Oto da più di vent’anni. La loro relazione è incrinata dalla morte di una figlia. Dopo questa tragedia, Oto è diventata una sceneggiatrice. Il suo modo di comporre è legato alla sessualità:  giunta sull’orlo dell’orgasmo, Oto afferra il filo di una storia iniziando a narrare, come in un’estasi mistica. Il compito del marito è quello di memorizzare la storia, affinché lei possa trarne il soggetto di una futura sceneggiatura.  Il sesso perde la sua potenzialità di collante, viene strumentalizzato e messo al servizio dell’arte per uno scopo narcisistico, tra potere e subordinazione. Quando Yusuke scopre i tradimenti di Oto non ha neanche il coraggio di dirglielo per non turbare la bolla, l’equilibrio della sua vita. Se la vita, che dovrebbe essere il luogo della verità, è diventato il luogo della finzione, il ribaltamento di Hamaguchi si realizza quando il teatro, proverbialmente il luogo della finzione, si trasforma nel tempio della maturazione e della verità. Questo prende forma nella seconda parte del film quando, dopo la morte di Oto, Yusuke si trasferisce a Hiroshima per mettere in scena Zio Vanja di Cechov.

Il teatro come altre arti performative nasce e si sviluppa in seno a riti misterici e sacri. Il metodo di Yûsuke Kafuku consiste nel riportare la rappresentazione teatrale alla sua dimensione di rito magico e, per condurlo in questi territori, Hamaguchi inserisce un elemento ricorrente della propria produzione, ossia la lettura di un testo letterario. 

In “Drive My Car” le linee di dialogo della pièce di Čechov vengono messe in circolo prima nelle cassette registrate da Oto, in un secondo momento dal cast che le deve ripetere in interminabili sedute di lettura collettiva.

Attraverso il testo teatrale, il rapporto con gli attori e, soprattutto, con quello con la ragazza che gli fa da autista, Misaki (Tôko Miura), Yûsuke riuscirà finalmente a rielaborare il lutto e i traumi del suo passato.

Risalendo lungo il corso delle rispettive biografie, segnate dal lutto, Yûsuke e Misaki, viaggiando nella Saab turbo rossa, scoprono un’empatia che si sprigiona progressivamente nei loro dialoghi.

Da qui emerge il tema del film: l’accettazione di sé stessi oltre i rimpianti, i lutti, per affrancarsi dal proprio ego e darsi alla diversità dell’altro.

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